BISOGNO DI LIBERTA’

DSC_0054

I miei ultimi due articoli si concentrano sulla questione del bisogno perché credo che in questi tempi le persone abbiano bisogno di molte cose, al di là di un lavoro credo che noi tutti sentiamo in determinati momenti della giornata o della nostra vita che ci manca qualcosa che va al di là delle mere cose materiali. Non credo che il nostro scopo nella vita sia quello di avere sempre la casa pulita e profumata, di avere milioni di euro sul conto corrente, almeno non per me. Penso che molte persone, arrivate a un punto della loro vita, perdano di vista questo obiettivo e si concentrino solo sulle cose materiali, perdono il loro tempo mettendo da parte denaro per non si sa bene quale futuro. Forse sono ancora troppo giovane e ingenua per capire certe cose, ma spero di non fare la fine di queste persone.                                                                                                                                         Venendo al dunque, secondo me abbiamo bisogno di libertà, di isolarci dal mondo, in particolare da quello dei Social Network, di ritagliarci anche solo un’ora al giorno per mettere da parte tutti i pensieri che ci opprimono. E se non lo facciamo? Prima o poi rischiamo di esplodere, di perdere il controllo e magari prendercela con chi più ci sta vicino. Cari lettori, dobbiamo concederci un momento di tregua, ma soprattutto dobbiamo far capire agli altri che ne abbiamo bisogno, che non possiamo esserci ventiquattro ore su ventiquattro, che non siamo un centralino e nemmeno un computer, che in quanto umani abbiamo bisogno dei nostri spazi. Ognuno ha il suo metodo per isolarsi dal mondo: chi spegne il cellulare e si siede sul letto ad ascoltare musica, chi legge un libro, chi fa sport, chi fotografa, chi fa una passeggiata; non è importante il modo in cui ci isoliamo dagli altri, l’importante è farlo. Io ho diversi metodi per farlo, uno di questi è osservare il cielo e i suoi cambiamenti e quando ci concede uno dei suoi spettacoli scattare una foto come quella sopra… cari lettori, se non l’avete già fatto trovate subito qualcosa per sfogarvi, per non pensare alle solite cose, per essere voi stessi.

– M.

Pubblicità

BISOGNO DI CREATIVITA’

brain1

E rieccomi qua a scrivere dopo ormai due mesi… finalmente ho un po’ di tempo da dedicare al blog. Recentemente in classe mi è stato sottoposto un tema di italiano nel quale dovevo parlare della differenza tra la scuola attuale e quella vecchia, cosa è cambiato nel corso degli anni, cosa è migliorato, cosa è peggiorato. Devo ammettere che ho trovato più  aspetti negativi che positivi, mi sono resa conto che il progresso ha portato sì a un miglioramento delle condizioni di vita, ma nel contempo non c’è stato un miglioramento del sistema scolastico. Ultimamente hanno cercato sempre più di portare la tecnologia nelle scuole, ma è proprio questo quello che serve? Certo, aver adottato nuove tecnologie ha avuto anche i suoi aspetti positivi, in primis il risparmio di carta, ma poi molte altre utilità su cui non intendo dilungarmi. Per essere del tutto sincera, a mio parere, le cose sono peggiorate molto, tutto ci viene dettato e noi  come macchine impariamo a memoria, ripetiamo e ci prendiamo un voto, che ha ben poco senso. Sarebbe bello se ci dessero la possibilità di essere creativi e cercare un nostro metodo per fare lezione, cercare noi le cose, essere curiosi, aver voglia di imparare cose nuove, di approfondire per poi condividere le nostre scoperte e confrontarci con gli altri, sapere cosa ne pensano e fare conversazione e se si deve necessariamente dare un voto darlo per l’impegno, la voglia di fare, che vengono scarsamente valutati nella scuola attuale. La scuola del XXI secolo ha poco di utile perché tende a fornire tutte le informazioni che anche i libri danno, i professori, la maggior parte, non fanno altro che riportare pari pari le parole del libro e seguire il filo interpretativo del libro come se quello fosse l’unico possibile, non cercano di spiegarti le cose in un modo diverso, se non qualche rara eccezione… Le cose dovrebbero certamente essere diverse, ma da dove cominciare e soprattutto da chi cominciare?

-M.

Creatività è inventare, sperimentare, crescere, assumersi dei rischi, rompere regole, fare errori e divertirsi.
– Mary Lou Cook 

CARPE DIEM, NUNC AUT NUMQUAM

j

Qualcuno mi ha detto che << qua si batte la fiacca >> … e come negarlo? In questo ultimo mese è stato difficile un po’ tutto, soprattutto trovare del tempo da dedicare a me stessa. Il tempo è la cosa di cui più abbiamo bisogno: ci serve del tempo per pensare, per riposare, per leggere, per studiare, per andare in palestra, per andare in biblioteca, per mangiare, … ma alla fine quante delle cose che si siamo prefissati di fare portiamo realmente a termine? Ogni giornata è divisa in 24 ore: 8 ore, ovvero 1/3 della giornata, servono per dormire, per “ricaricare le batterie”, altre 3 ore sono da destinare ai pasti, 5 ore abbondanti le trascorriamo a scuola… ci restano quindi 8 possibili ore da dedicare a noi stessi. E se consideriamo anche le persone che ci circondano? I nostri amici, la nostra famiglia, tutti hanno bisogno della nostra presenza, di un aiuto costante… e la scuola? Non ne parliamo…

A conti fatti, quindi, non abbiamo tempo da dedicarci… e quindi? Cosa ci rimane da fare? Continuare con quest’incessante routine fino allo sfinimento? Assolutamente no. Nessuno sarebbe in grado di sostenere una cosa simile, è a dir poco al di fuori della capacità di ogni individuo affrontare ogni giorno la stessa giornata per un tempo indeterminato… inutile dirlo, abbiamo bisogno di libertà, di un po’ di tempo per fare quello che più ci aggrada per evitare di crollare. In questo ultimo periodo, come già detto, ho faticato a trovare del tempo per me stessa… arrivavo spesso ad un punto in cui mi dicevo “non ce la faccio ad andare avanti così, non è possibile a diciotto anni non poter fare nulla al di fuori di studiare” e così mi facevo un regalo: leggevo, mi sfogavo in palestra o al telefono con le mie amiche, mi ascoltavo una canzone, un pomeriggio sono persino stata in città, qualche cena fuori… apparentemente un nonnulla, ma in realtà un grande aiuto per uscire dal vortice di pensieri in cui sono perennemente inserita, che non mi lasciano un attimo di tregua. E quindi, tornando alla domanda di prima, cosa ci rimane da fare? Dimenticare per un attimo che siamo inseriti in un contesto tecnologico, spegnere il telefono e isolarci quanto meglio possiamo, dobbiamo anche evitare le persone a cui teniamo di più, e non si tratta di egoismo, ma della propria salvaguardia… ovviamente questa situazione non può perdurare perché l’uomo, nella società attuale, è vittima della tecnologia. Sarebbe bello fare come fece Boccadoro, abbandonare tutto e tutti per vivere a contatto colla natura girovagando il mondo per poi un giorno, stanchi, vecchi e soddisfatti delle tante esperienze fatte, ritornare a casa… ma credo che sia un’utopia immaginare una vita così or ora, questo era possibile nel Medioevo, adesso no… purtroppo non abbiamo un telecomando con il quale mettere in pausa il tempo, non possiamo arrestare il corso né della nostra vita né di quella degli altri ed è quindi naturale che, abbandonando tutto così, un giorno potremmo tornare e non trovare più nulla, nessuno che ci aspetta. Quindi direi: cogliete l’attimo, ora o mai più. Il tempo scorre, la vita ci riserva molte sorprese, di buono e cattivo gusto, ci pone di fronte a problemi e situazioni più grandi di noi, quindi dedichiamoci quel po’ di tempo che ci permetta di vivere serenamente con noi stessi e con gli altri.

-M.

La mia allegrezza è malinconia

I’ sto rinchiuso come la midolla

da la sua scorza, qua pover e solo,

come spirto legato in un’ampolla.

[…]

Dilombato, crepato, infranto e rotto

[…]

La mia allegrezz’ è la malinconia

e ’l mio riposo son questi disagi.

IO DAVANTI A LORO

Ecco qui una nuova intervista con uno dei personaggi più conosciuti del Cinquecento. Un artista eccezionale dall’animo tormentato che ha dedicato la sua vita intera al disegno, privandosi di tutto il resto. Non manca il Michelangelo scrittore, il quale ritengo sia uno dei maggiori esponenti di quel fenomeno chiamato Petrarchismo: la “moda” del tempo che comportava riprendere lo stile poetico del celebre compositore aretino. Credo infatti che nessuno meglio di Michelangelo sentiva il bisogno di intraprendere un percorso introspettivo, affrontando conflitti interiori, facendo spesso riferimento a Dio, proprio come era solito fare Petrarca.

M: Conviene bene che faccia in fretta, signorina..?

A: A.

M: Signorina A.! Chè la mia mente ormai  lassa di pensare fu mandata a riposare da Iddio tempo addietro et ora ha solo il gran Desio di non faticare più.

A: Le toglierò il minimo tempo possibile celeberrimus, illustrissimo, virtuosissimo..

M: Il tempo è  oro, sia in Terra che in Cielo. Riconosco già in meco tutti quei  aggettivi, pertanto ritengo uno spreco il riferirmi cose di cui già sono a piena conoscenza.

A: Ma perché, signor Michelangelo, si ostina a rimaner così schivo e sbrigativo anche ora, lontano dai suoi tempi?  Non ha voglia di sfogarsi con qualcuno?

M: Non ne ho bisogno alcuno, come non ne ho avuto. Iddio mi ha mandato sulla Terra per svolgere un compito, qual’era quello di esplicitare la mia virtù artistica utile e di giovamento al mio bel Paese. Nulla di più, nulla di meno. Siamo tutti strumenti di Dio.

A: Non la penso allo stesso modo. Oserei dire che Dio ci ha fatto umani ed in quanto tali abbiamo la facoltà di provare sentimenti. Se fossimo meri strumenti perché mai avrebbe dovuto perdere tempo a chiamarci umani e ad insegnarci a parlare ed amare come lui sa fare?

Signor Michelangelo, la smetta di nascondersi dietro parole così fredde. Sa, sono passati così tanti anni dai suoi tempi. Ora sappiamo molte più cose riguardo il mondo, anzi, per meglio dire, riguardo l’uomo; grandi studiosi hanno passato e passano ore ad analizzare i reperti che voi avete qui lasciato e li custodiscono con grande attenzione e cura. Non può più mentire, grandissimo uomo, in quanto è possibile che noi, uomini di adesso, sappiamo molto più di te che tu di te stesso. In merito a questo non voglio strapparle le parole di bocca, perché voglio che sia lei a togliere il velo, proprio come usava fare alle sue statue.

M:  Nacqui a Caprese, in Toscana nel marzo del così sbiadito 1475. Rimasi orfano di mia madre quando ancora ero piccolo. Passai i momenti più belli della mia vita in compagnia dei  caldi abbracci della balia a cui mi affidarono. Tutte quella dolcezza che mi donò, io la racchiusi in molte mie opere.  Quella splendida scultura che porta il nome di ‘Pietà’ ne è un esempio. Scolpii il viso della Vergine Maria velato di tristezza che teneramente tiene fra le braccia il suo amatissimo figlio. Quella meravigliosa balia riuscì a colmare il vuoto che la mia vera madre lasciò quando morì. Fu l’unica persona che mi fece veramente sentire amato nel periodo della mia fanciullezza.  L’inferno però cominciò troppo presto. Diventato grandicello cercai di studiare quelle maledette materie umanistiche che faticavano così tanto ad entrarmi in testa. Tanto era più facile contare ogni sera i colpi regolari che ricadevano sulla mia schiena. Non parlatemi mai di legni ed alberi, ricordo così bene il freddo di quel bastone. Mio padre fu un uomo così violento. Non mi insegnò nulla, imparai io da lui. Conobbi ogni caratteristica dei muscoli delle sue possenti braccia e la forza che un movimento poteva sprigionare. Disegnai spesso quei muscoli e quei nervi tesi, erano un’ossessione. Me ne andai presto da lui, volevo continuare ad esercitarmi in quell’unica materia che riusciva ad appassionarmi, l’arte. Conobbi grandi persone con cui lavorai, che mi insegnarono ad usare così bene  il mio talento tanto che superai tutti loro di gran lunga. Sapevo bene di avere grandi doti e spesso schernivo gli altri di non avere le stesse. Fu così che un giorno pagai il mio atteggiamento superbo. Un ragazzo dal corpo identico a quello di mio padre mi sferrò un pugno in faccia che segnò la mia vita intera. Quell’atto mi portò via non solo l’armonia del mio viso, ma anche la piccola felicità che mi ero costruito con cotanta fatica.

Cercavo di distrarmi dedicando tutte le mie forze alla scultura, al disegno, la pittura. Lavoravo giorno e notte ripetendomi che figlio di Iddio ero e che quello era il mio compito. Era però una continua lotta con me stesso. Cercavo di stancarmi il più possibile durante il giorno per poi riuscire a dormire la notte, or come ora non mi viene in mente nessuna notte in cui chiusi occhio per più di un’ora. Mi svegliavo urlando, a causa di orribili incubi in cui un’ immagine di me privata della parte scheletrica fluttuava orribilmente davanti ai miei occhi dicendomi che quello che facevo non era abbastanza e che dormendo stavo solo perdendo tempo. Quella figura mi tormentò a tal punto che decisi di inserirla nel ‘Giudizio Universale’ che dipinsi nella Cappella Sistina per rappresentare me stesso, uomo tormentato e svuotato di sostanza. L’unico modo per placare i miei tormenti era quello di continuare a distrarmi e quindi progettare nuove cose, portare a termine sculture o dipinti che non finivano di commissionarmi.  Esattamente come una macchina da lavoro, senza sosta e ovviamente senza provare sentimenti.

Sarò pure nato umano, ma non sono stato in grado di rapportarmi con le persone, escludendo l’ambito del lavoro.

A: Sarò molto schietta signor Buonarroti nonostante io abbia profondamente compreso i suoi problemi e le sue terribili turbe sono qui per farla ragionare, per liberarla da quell’angoscia che nemmeno ora la lascia in pace. Lei è ancora come un adolescente mai cresciuto, insicuro, pieno di domande e fissazioni. Si trova ancora in quel momento in cui tutti sembrano diversi da lei e in cui nessuno sembra capirti. Un ragazzo non cresciuto e terrorizzato dai sentimenti.

Signor Michelangelo deve sapere una cosa importantissima. Qui noi tutti conosciamo molto bene la sua storia, come prima le spiegavo e abbiamo tutti compreso benissimo i suoi problemi. L’amiamo, signor Michelangelo e le siamo costantemente vicini, perché lei ci ha lasciato delle opere meravigliose che non adoriamo solo per la loro bellezza, ma soprattutto per tutto ciò che riescono a trasmetterci in relazione alla sua storia. Insomma, per varie ragioni lei non si è sentito amato durante la sua vita ed in parte la colpa è stata un po’ anche  sua che ha sempre avuto paura di mettersi alla luce per paura delle persone, ma nonostante questo deve tenere a mente che qui noi tutti la consideriamo prima di tutto un uomo, con dei sentimenti benché tenuti ben nascosti da una rigida corazza, un uomo con una storia dolorosa che aveva solo bisogno di essere compreso e poi ovviamente un maestro dalle mille virtù.

Detto questo caro celeberrimo, illustrissimo, virtuosissimo signor Michelangelo noi la comprendiamo e la ricordiamo per ogni notte insonne, ogni pianto, ogni dolore, ogni sforzo che tutte le sue opere hanno comportato.

A.

IL SIGNIFICATO DI UN SALUTO

Gustav Klimt, Il bacio

Gustav Klimt, Il bacio

“Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti darei un bacio e ti chiamerei di nuovo per dartene altri.”
Gabriel Garcìa Marquez

E se quel ciao fosse un addio? Se sapessimo che quella è l’ultima volta che vediamo una persona a noi cara, cosa ci verrebbe spontaneo fare? Probabilmente ci verrebbe istintivamente da rispondere << dipende >>, perché in effetti tutto dipende dal momento che stiamo passando e dalle vicende che ci legano a quella persona. Tuttavia, se dovesse succedere tutto in poco tempo, abbracceremmo e stringeremmo forte quella persona a noi cara, godendoci quegli ultimi istanti in sua compagnia.

E se, come in realtà succede, dicessimo inconsapevolmente addio con un semplice ciao? La nostra mente precipiterebbe in un vortice di pensieri, ci metteremmo subito a fare mille ipotesi dicendoci << e se avessi …>> oppure ci sentiremmo in colpa per aver litigato il giorno prima con questa persona, per averle detto cose che in realtà non pensavamo, per non essere andati a trovarla… infine, ci renderemmo conto dell’inutilità di questi pensieri, che tutte queste congetture non ci porteranno indietro quella persona. E quindi cosa ci rimane da fare? Sperare di poter rivedere un giorno, in un tempo e in un luogo lontano, quella persona a noi cara per poterle finalmente dare quell’abbraccio mancato tempo prima… e se questo non fosse più possibile? Se quel contatto fisico dovesse mancare?

Molte persone, nel corso della storia, hanno fatto diverse ipotesi e teorie, hanno passato la loro vita con questa domanda: << e dopo la morte cosa c’è?>>, ma nessuno è stato in grado e sarà mai in grado di dare una risposta certa a questo quesito. Tra queste persone si può e si deve sicuramente citare Dante, ma anche Virgilio. Questi autori, oltre ad idealizzare un possibile oltretomba, ci hanno dato una loro versione di quel che potrebbe essere l’abbraccio tra due persone, l’incontro fra due amici, due famigliari, due concittadini nell’oltretomba. Con Dante la scena si presenta nel secondo canto del Purgatorio, quando Dante incontra l’amico musico Casella, si ripete poi nel sesto canto del Purgatorio tra Sordello e Virgilio; con Virgilio, invece, la scena si presenta nelle Georgiche nell’episodio di Orfeo ed Euridice, ma anche nell’Eneide quando Enea incontra il padre Anchise.

<< Io vidi una di lor trarresi avante

Per abbracciarmi, con così grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!

tre volte dietro lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto. >>

(Divina Commedia, Purgatorio, II, 76-81)

<< Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava

<< Mantua…>>, e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

dicendo: << O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!>>; e l’un l’altro abbracciava.>>

(Divina Commedia, Purgatorio, VI, 67-75)

<< Tre volte allora tentai di abbracciarlo;

tre volte l’immagine abbracciata invano sfuggì le mani,

simile a venti leggeri e somigliantissima a un sogno alato>>

(Eneide, VI, 700-702)

In contesto completamente diverso, il topos sopravvive anche nell’epica di Tasso. Nella Gerusalemme liberata, durante il duello fra Tancredi e Clorinda, si verifica un tragico errore. Tancredi, cavaliere del campo cristiano, è disperatamente innamorato della guerriera pagana, che combatte solitamente vestita di bianco. Ma, durante una sortita notturna, la donna, per mimetizzarsi meglio, indossa un’armatura nera. Tancredi la vede, la crede un nemico qualsiasi, la insegue, e l’uccide, e solo al momento della morte di lei, quando le alza la celata, si accorge che si tratta della donna amata.

<< Tre volte il cavalier la donna stringe

con le robuste braccia, ed altrettante

da que’ nodi tenaci ella si scinge,

nodi di fer nemico, e non d’amante. >>

(Gerusalemme liberata, XII, 57, 1-4)

Se quindi questo contatto fisico dovesse mancare? Cosa ci legherebbe fisicamente a quella persona? Nulla. Fisicamente nulla. Se veramente così fosse dovremmo goderci a pieno gli abbracci che possiamo dare e ricevere ora, quando siamo ancora vivi e dotati di un corpo, di una realtà materiale, dovremmo goderci le sensazioni che percepiamo con i sensi. Tuttavia, nonostante la possibilità che questo contatto fisico venga a mancare, rimane comunque un legame forte e indissolubile, il legame spirituale con questa persona, che è costituito da ricordi, emozioni e concetti astratti che difficilmente sono rappresentabili.

-M.

L’ISPIRAZIONE, MUSA DELL’ARTE

Quando ho preso il foglio e le tempere avevo già in mente il mio obbiettivo, dato che volevo rappresentare qualcosa che mi aveva molto incuriosita. Più di una mattina infatti mi capitava di fermarmi a guardare i colori dell’alba dietro le montagne mentre aspettavo il pullman che mi avrebbe portato a scuola. Ricordo di essermi domandata come fosse possibile descrivere a qualcuno quanto stessi vedendo, insomma come puoi spiegare l’esistenza di tutte quelle sfumature e quei colori? Fissandoli intensamente era quasi difficile rendersi conto che tutto quello fosse vero e che la natura davvero riuscisse a creare quelle cose! Ho scattato una foto con il cellulare perché volevo assolutamente avere il ricordo di uno spettacolo che si manifestava così ogni mattina serena, anche se a dire la verità l’immagine sul cellulare spense tutto l’incanto.

Un pomeriggio sono andata alla ricerca delle mie vecchie tempere e dentro una busta insieme a bicchieri e pennelli di tutte le misure, erano rimasti 7 tubetti di colore, due di questi inutilizzabili perché secchi o finiti.

Blu oltremare, ciano, terra di Siena naturale, terra di Siena bruciata e verde smeraldo. Inizialmente ho provato ad usare i colori, li ho mescolati tra loro e contrariamente alle mie aspettative mi sono accorta di quanto si riesca a fare con solo cinque colori. Ho preso poi un foglio più grande e ho iniziato a dipingere quell’alba. Non ho seguito nessuna tecnica, ho solo fatto quello che mi sembrava giusto da fare per imitare al meglio quel meraviglioso ricordo.

Quel giorno ero ispirata, mi sono messa alla prova, avevo voglia di sperimentare, curiosa di scoprire se fosse possibile o meno riprendere quei colori. Ma il dipinto non sarebbe mai nato se io non mi fossi fermata a guardare quell’alba, se non ne fossi rimasta colpita.

Ho capito che l’arte nasce dall’ispirazione e che senza ispirazione non è possibile diventare artisti.

Il gioco ora sta nello scoprire la fonte di ispirazione di tutti gli artisti, quel qualcosa che li ha incuriositi, attratti, catturati, quel qualcosa che li ha spinti a nascere e che si trova in tutte le loro opere, anche se in modo nascosto.

A.

UNA CARROZZA SUL BINARIO MORTO

Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Parable_of_the_Blind_Leading_the_Blind_-_WGA3511

Si domanda Salvatore Settis: «A che cosa serve la Storia dell’arte? È semplice: come tutte le scienze (e in particolare quelle storiche) serve per capire. Serve per capire un mondo come il nostro inondato da immagini senza subirle passivamente, sapendone smontare e ricostruire i meccanismi di persuasione. Perché se rinunciamo a capire, faremo come i ciechi della parabola illustrata da Brueghel nel quadro conservato a Capodimonte: quando un cieco guida l’altro, tutti cadono nella fossa».

Qui il link dell’articolo completo: http://ilgiornaledellarte.com/articoli/2014/1/118232.html

M.

L’UNDICESIMO COMANDAMENTO: NON DIMENTICARE

magazzino18

Non dimenticare è quello che Simone Cristicchi, nello spettacolo teatrale “Magazzino 18”, ha detto voler aggiungere come undicesimo comandamento. Il cantautore ha voluto , con questo spettacolo, metterci al corrente di una pagina dimenticata dalla storia, di una delle tante storie abbandonate nel passato, ha voluto renderci spettatori di quel che è stato, di quanto successo in Italia a metà del secolo scorso, della sofferenza a cui furono sottoposte migliaia di persone. Tentare di arrivare ad un numero certo di vittime è impossibile e tanto meno inutile, perché non potrà mai riportare indietro le persone che non ci sono più e nemmeno colmare quel vuoto, quella sedia vuota che hanno lasciato.

M.

http://www.simonecristicchi.it/articoli.cfm?id=24

BEHIND THE SCENT OF MIMOSA

In occasione di questa giornata ho voluto pubblicare un mini-articolo che ho scritto qualche anno fa in seconda liceo. La professoressa che avevamo quell’anno era solita assegnarci dei lavori di scrittura grazie alla quale avevamo l’occasione di esprimere le nostre idee. Ricordo di averla criticata molto, di aver seguito la massa di studenti che si divertivano a prenderla in giro e adesso provo grande vergogna di me stessa. Solamente ora mi rendo conto quanto sia stato utile il suo modo di fare lezione, dato che ci ha aiutato a sviluppare il nostro senso critico, prendendo posizioni senza aver paura. Certo, si richiedeva uno sforzo maggiore perché sappiamo tutti quanto sia difficile sostenere una tesi, infatti tante volte si è portati ad appoggiare l’opinione generale dato che risulta essere la via più comoda e meno faticosa.

Veniamo ora al dunque. La consegna era: «La festa della donna: Scrivi un articolo riguardante questa ricorrenza, esponendo i tuoi pensieri in cui emerga una tesi e un’antitesi. Esponi il tuo punto di vista, le tue critiche ricordando che è indirizzato ad un giornale intitolato Contropensiero».

DIETRO LE MIMOSE: FESTA O COMMEMORAZIONE?

8 marzo 2013, oscurato dal profumo delle mimose c’è un significato profondo.

Oggi, venerdì 8 marzo 2013, l’argomento in tutti i giornali, in tv e sui manifesti fa scattare nella testa di ogni persona il colore giallo di un bel fiore. Come i regali sotto il bell’albero addobbato ci ricordano il Natale e gli ovetti di cioccolata vengono collegati alla Pasqua, ecco che anche le mimose rappresentano una giornata di festa. Si potrebbe concludere che non ci sia niente di sbagliato in tutto questo, certo. Però potrebbe far pensare il fatto che ad ogni data particolare viene spesso attribuito un qualche oggetto materiale, che magari richiede anche denaro. E’ davvero giusto che sia così? O forse sarebbe meglio che la data ci ricordasse la vera origine dell’avvenimento, forse proprio quel ‘qualcosa’ per cui è divenuto famoso?  Magari provando a mettere da parte tutto quel mondo di immagini e oggetti standard a cui siamo abituati.

Riprendendo l’argomento di oggi, che divampa in ogni dove e cercando di applicare ad esso la teoria appena citata, possiamo chiederci se sia davvero giusto chiamare questa giornata: “festa”.

In un lontano 1908 ,qualche giorno prima della fatidica data, a New York, le operaie di una famosa industria tessile “Cotton” decisero di scioperare, in quanto da un po’ di tempo, erano obbligate a lavorare in condizioni pessime. Siccome lo sciopero persisteva, il proprietario dell’industria, stanco dell’inattività delle sue operaie, decise di chiuderle all’interno della fabbrica. L’8 marzo è il giorno in cui quelle povere donne imprigionate, morirono arse dalle fiamme. Fu da allora che venne proposta la giornata della lotta internazionale a favore delle donne.

Quindi, si può dunque ritenere ‘festa’, il ricordo di una tragedia? Si può collegarlo sempre al fatto di dover comprare delle mimose per fare bella figura? Possibile che non si preferisca viverla come una commemorazione?

Oggi come oggi tutto è collegato al consumismo. Queste giornate vengono sempre meno ricordate per quello che rappresentano davvero e ci invitano di continuo a spendere, apparire.

Sicuramente molte persone la pensano diversamente, perché comunque dopo l’8 marzo 1908 la donna è riuscita ad ottenere sempre più importanza e rispetto, e questa può essere considerata una vittoria, dunque una festa. Ma sono dell’opinione che sotto questo punto di vista, bisognerebbe allora festeggiare ogni giorno.

A.

UN NUOVO INIZIO

“Scusate il bisticcio” è un’idea nata da tre ragazze liceali, tre ragazze che amano immergersi nei libri e farsi trasportare da essi, che amano la letteratura, l’arte, il teatro e la cultura in generale. In un mondo dove è difficile esprimersi, dire la propria opinione e cercare una via di fuga dalle mille parole che la società ci scaraventa contro ogni giorno, questo blog è la nostra occasione per approfondire e conoscere, per cercare di colmare il vuoto e per asciugare quella sete di conoscenza che caratterizza la nostra ingenua fanciullezza.

– 3 ragazze liceali